Scrivere senza dire nulla. Scrivere per diletto o per lasciare un solco. Scrivere, percorrere un sentiero impervio, faticoso, dove ci si può ritrovare a volte senza idee e peggio... senza parole!
Potrebbe succedermi un giorno, ma in attesa di quel giorno che spero non arrivi mai, io scrivo, comunque scrivo. Chi mi legge non capirà e non mi leggerà più o magari sarà curioso un giorno di tornare su queste pagine per vedere se avrò scritto qualcosa di nuovo, magari di intelligente e sensato.
Voglio sentirmi come un pittore che inizia un quadro sporcando la tela bianca con colori a caso o con uno soltanto. Non saranno colori sprecati, mai, come non esistono parole sprecate. Quei colori saranno la base per un capolavoro. Un capolavoro per noi che creiamo mai per chi ci scruterá, perché non si crea in Arte nulla per gli altri ma tutto e solo per il piacere di far nascere un qualcosa dal nulla.
giovedì 7 marzo 2019
sabato 14 gennaio 2017
Il freddo vero
Il freddo vero non è quello che senti alle dita o in testa, per quello bastano guanti e cappello...
Il freddo vero non è quello che ti fa venire i brividi nonostante indossi un maglione di lana, per quello basta entrare in un bar e bere una cioccolata calda...
Il freddo vero è quello che attanaglia l'anima, che congela il cuore. E' il gelo che sentiamo quando guardandoci dentro non troviamo più la vera sorgente di calore... l'Amore.
C'è un camino acceso che ci aspetta... dobbiamo solo tenere viva quella fiamma, alimentarla... non lasciamo che questo fuoco si spenga. Se ci crediamo davvero, se scoviamo anche solo una piccolissima luce in fondo al nostro cuore dobbiamo far si che non si spenga, che resti viva, che torni ad ardere.
Dovete crederci, dobbiamo crederci... e il rigido inverno diventerà una piacevole primavera che farà rifiorire in noi emozioni mai sopite.
Che peccato sarebbe non naufragare di nuovo in quello sguardo...
giovedì 24 settembre 2015
Tram Numero 2
Finalmente il Tram Numero 2 è partito. E' uscito da quel cassetto nel quale risiedono tutti i sogni e sta iniziando a percorrere i suoi primi chilometri. Il Tram Numero 2 fa molte fermate e ad ogni fermata chiunque può salire e scendere, a suo piacimento. Non ci sono biglietti o abbonamenti da pagare. Bisogna solo sedersi, guardare fuori dal finestrino, ascoltare il suono delle rotaie, abbandonarsi al suo movimento e lasciarsi trasportare ognuno verso il suo viaggio ideale...
Tram Numero 2 è un racconto in forma epistolare nel quale immagino che l'autore del libro, nell'intento di ripulire la soffitta, trova in un baule impolverato delle lettere. Inizia così a leggerle e decide di riordinarle, dar loro un filo logico per ricostruire le esperienze e gli stati d'animo di chi anni prima aveva scritto su quei fogli. Il libro inizia con un'introduzione che serve a spiegare al lettore il contesto narrativo e il motivo per il quale ha deciso di pubblicare quelle lettere. Le lettere, indirizzate al signor Y del quale non si conoscono né il nome né l'identità, percorrono un arco di tempo di circa sette mesi, da fine ottobre ad inizio maggio e narrano i passaggi fondamentali delle esperienze e delle sensazioni ed emozioni del loro autore immaginario. Ogni lettera racconta un luogo, uno stato d'animo, un'esperienza e tutte sono percorse con il Tram numero 2, che è il mezzo ideale e romantico dal quale l'autore delle lettere scende e sale a suo piacimento, in qualsiasi posto si trovi, lasciando alla fantasia la possibilità di immaginare nuovi viaggi, nuove avventure, nuove emozioni da narrare.
Grazie a tutte le persone che hanno viaggiato con me e che da quel tram non sono mai scese...
Tram Numero 2
Tram Numero 2

Adattamento tecnico di Marco S. Zuppone ⁂ msz@msz.eu
Kindle e Kobo:
Google Play Store
Mondadori
Feltrinelli
Rizzoli
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e da oggi anche in formato cartaceo:
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ATAC: i fondi mancano ma nessuno vuole recuperarli... per quella sigaretta in più!
L'idea che il lettore si fa leggendo i titoli dei giornali romani che in questi ultimi mesi hanno trattato il problema del trasporto pubblico nella Capitale, è senza dubbio quella della mancanza di soldi o meglio, di fondi. Per questo motivo non possono essere licenziati inutili dirigenti dagli stipendi d'oro (mancano i soldi per le liquidazioni) o non possono essere mandati a rottamare tutti quei mezzi che almeno una volta a settimana ti lasciano a piedi perché fonde il motore o si rompe il sistema di apertura e chiusura porte; per questa ragione siamo costretti a viaggiare da Giugno a Settembre su vetture senza aria condizionata e, sempre per lo stesso motivo, pur pagando regolarmente (parlo per gli onesti cittadini) il biglietto o l'abbonamento, non possiamo usufruire di un servizio pubblico che, lungi dall'avvicinarsi agli alti standard del Nord Europa, arrivi almeno a raggiungere la sufficienza sulla base di alcuni standard minimi che dovrebbero comunque essere rispettati: passaggi in tempi accettabili, autobus funzionanti, fermate complete di pensiline e possibilmente lontano da cassonetti della spazzatura (vedi #fermatapuzzolente).
Ecco tre articoli apparsi qualche tempo fa (ma ancora attuali) che rendono l'idea:
Ora... una soluzione io l'avrei trovata, ma forse, proprio perché troppo semplice non potrà mai essere presa in considerazione dai "capoccioni" al vertice delle Aziende interessate.
Nella mancanza più totale di controlli, sebbene chi dovrebbe controllare sia presente negli appositi gabbiotti, ignorare un divieto è diventata prassi. Uno di questi, molto facile da riconoscere, è il DIVIETO DI FUMO per il quale sono previste sanzioni amministrative per i trasgressori che vanno da 27,50 a 275 Euro. Non lo dico io ma la "Legge 16 gennaio 2003 n.3, Tutela della salute dei non fumatori". Assodato quindi che la Legge esiste, non si deve fare altro che rispettarla e se qualcuno trasgredisce a queste norme che appartengono al vivere civile, è un dovere per il personale preposto controllare e sanzionare. Ciò non avviene e sono sempre di più le sigarette che vengono accese sulle banchine in attesa del treno. E' vero che l'attesa di quei 5 e a volte 8 minuti può essere snervante ma se invece di accendere la sigaretta ci si facesse una chiacchierata con il passeggero accanto, magari il tempo passerebbe prima e nessuno sarebbe costretto a subire il fumo passivo. Ma torniamo a noi. Nella sola giornata di oggi ho contato otto persone che fumavano in banchina (in tre stazioni diverse). L'operazione "recupero fondi" potrebbe partire proprio da qui, controllando e applicando le sanzioni previste per i trasgressori. Troppo facile? Chissà... Forse troppo difficile, visto che nelle ultime settimane, contando le varie sigarette accese in presenza di divieto e applicando la sanzione minima, sarebbero potuti entrare almeno 1100 euro... due o tre autobus con quei soldi si potevano riparare? Ma come ho detto prima... troppo semplice!
mercoledì 10 giugno 2015
Attualità della musica: da “Mani Pulite” a “Mafia Capitale” la nostra Roma vista da “Imperfetto”
Nell’agosto del 1994, quando il
ciclone Mani Pulite stava entrando nella sua seconda fase, indebolendosi fino
ad esaurirsi un paio di anni dopo, era ancora una volta la musica a parlare, a
commentare a modo suo quello che stava accadendo in un’Italia destatasi di
colpo con la consapevolezza che non proprio tutti i suoi politici fossero delle
persone integerrime.
Ma la musica arriva sempre dove
il sentimento ha bisogno di aiuto o dove, per riflettere, serve una voce amica
che ci spinga a ragionare su quello che accade e che spesso ci passa davanti
come se non avesse nulla a che vedere
con le nostre vite. La musica è
attualità, è la bellezza di potere registrare su nastro un messaggio che da
quel momento rimarrà per sempre e potrà essere riascoltato anni dopo ed essere
apprezzato come la prima volta o forse anche di più.
Nell’agosto del 1994 uscì l’Album
di Renato Zero dal titolo “L’Imperfetto”. Scelta significativa in un periodo
storico in cui le persone cosiddette “perfette” si erano risvegliate una
mattina con più di qualche scheletro nell’armadio. Oggi, a distanza di 21 anni, ci siamo accorti
che di quei “perfetti” ce ne sono ancora troppi. Siano essi legati alle
indagini di “Mani Pulite” o a quelle di “Mafia Capitale” il risultato è sempre
lo stesso: corruzione! Sembrava che chissà cosa si fosse fatto dal ’92 ad oggi
per dare all’Italia una politica nuova, pulita e invece se ascoltiamo con
attenzione le parole di questo brano dal titolo “Aria di Pentimenti” possiamo tranquillamente affermare che sia stato scritto qualche
settimana e non qualche decennio fa. Riferendosi ai corrotti afferma “Eccoli guardali, ubriachi di
petrolio che annusano utopie, che spingono persino i loro figli verso il
buio delle idee.” La conclusione è
un vero e proprio auspicio “noi certo,
neanche noi siamo perfetti ma almeno onesto, questo si. Vi abbiamo avuti
accanto, disseminati per la via, speriamo si alzi un generoso vento e che
vi spazzi tutti via”.
Per concludere questo brevissimo
viaggio tra le note di questo album a mio parere straordinario, e legandomi a
quanto detto in precedenza, la corruzione, la mala politica, le Amministrazioni
che si sono arricchite alle spalle dei cittadini non hanno mai smesso di
compiere il loro sporco lavoro ed ora che l’inchiesta di “Mafia Capitale” sta
fornendo ai cittadini romani molte risposte su degrado e criminalità in una
città che dovrebbe invece essere portata d’esempio in tutto il mondo, ecco
un’altra canzone, attualissima anch’essa,
dedicata proprio a Roma. Non è un caso che sia stata inserita in questo
contesto di denuncia sociale ed invito chi legge ad ascoltarla con attenzione, poiché anche lei potrebbe essere stata benissimo scritta qualche giorno
fa. Si intitola “Roma malata” e si conclude così “Un'altra Roma, più schiava che padrona, la Roma dei misteri, dei
Ministeri. Brutte compagnie, traffici, angherie. Non ti ho vista
più, davvero non sei più tu.
Roma che scappi via, da questa
gente tua… non puoi morire. Roma, Roma, Roma”. Ho voluto prendere in considerazione in questo
mio post la musica, in quanto è diventato ormai un mezzo di comunicazione
rapido e fruibile a tutti, dato storico in quanto rimane impresso sul nastro e
voce di chi, attraverso una sensibilità particolare propria dell’artista,
riesce con la sintesi dettata dallo spartito a denunciare una situazione che
non può più essere tollerata e che va cambiata, perché se veramente teniamo a
questa nostra città, non possiamo
stare impassibili ed impotenti a
guardare e a lasciare che sia preda di chi non la ama e di chi la sta portando
a diventare “Culla dell’Inciviltà”.
giovedì 22 gennaio 2015
Vietato Fumare?
Questa mattina sono tornato indietro di parecchi anni, diciamo fino agli anni novanta, quando ancora non vigeva il divieto di fumo nei luoghi pubblici. Allora non vi era alcun divieto è vero, ma non per questo il fumo passivo non nuoceva alla salute!
Oggi, nel mio viaggio quotidiano casa-lavoro sulla linea B della Metropolitana di Roma, sembrava fosse il giorno successivo all'abrogazione della Legge 3/2003. Alla stazione di Ponte Mammolo, alla Stazione Termini proprio sotto il cartello di divieto e poi a Piramide, ho respirato il fumo passivo di almeno una ventina di persone con la sigaretta accesa, incuranti del divieto e sopratutto del fatto che il fumo possa dar fastidio a chi sta loro vicino (ma la soluzione c'è: si spostano qualche metro più in là ed evitano di respirare il fumo degli altri!). In Italia si sa che se non ci sono controlli, decade anche il divieto! E' automatico. Se nessuno fa le multe alle automobili parcheggiate sulle strisce pedonali, vuol dire che lì si può parcheggiare; se nessun addetto alla sorveglianza delle stazioni della metropolitana dice nulla, vuol dire che si può fumare.
Non riesco a trovare una soluzione se non quella di andare in giro con una pistola ad acqua come quelle dei bambini e prendere bene la mira per spegnere la sigaretta del fumatore accanto, ma poi cosa accadrebbe? Oltre alla litigata con la "vittima dell'agguato" si rischierebbe una denuncia per procurato allarme a causa della pistola ad acqua e per possesso illegale di arma giocattolo (di plastica trasparente colorata), per non parlare poi dell'accusa più grave di omicidio premeditato della sigaretta ormai spenta, bagnata e priva di vita. Meditate gente, il degrado e la maleducazione di una città ormai allo sbando è sempre più vicina. Chi può faccia qualcosa, lo ripeterò sempre, perché con un pò di buona volontà da parte delle Amministrazioni e di coscienza da parte di chi deve vigilare, forse si vivrebbe tutti più serenamente, rispettando le regole e rispettandoci gli uni con gli altri. Utopia? No, sogno e speranza!
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Ubicazione:
Roma, Italia
venerdì 17 ottobre 2014
Roma: noi, prede dei nostri perché
Si dice che dopo aver toccato il
fondo non si può che risalire. Sono ottimista di natura e voglio crederci. Il
problema però non è se risaliremo ma quando.
Il nostro livello di “benessere
sociale” si è notevolmente abbassato. A questo abbassamento hanno contribuito
fattori esterni come smog, traffico ed inefficienze nei servizi al cittadino ma
anche fattori che ci coinvolgono in prima persona tra i quali menefreghismo,
inciviltà e rassegnazione.
Ci siamo assuefatti allo schifo (http://gianlucaruggeri.blogspot.it/2014/09/roma-noi-vittime-dello-schifo-quotidiano.html)
ed è per questo che pur di tornare a respirare aria se non pulita almeno non
male odorante, siamo disposti a far passare una risalita per una piccola
passeggiata in collina.
Risaliremo dunque, ma sarebbe
opportuno chiedere il meglio, puntare al massimo, riappropriarci della nostra
identità di cittadini, combattere lo schifo che ci circonda e non contribuire a
crearne altro.
Se parcheggio sulle strisce
pedonali occupando uno scivolo per le carrozzine, creo un danno a quelle
persone per le quali quello scivolo è stato pensato. Se lascio sul marciapiede
un materasso usato favorisco il fenomeno dell’accattonaggio oltre che fornire un’idea
malsana a quanti hanno in cantina una miriade di oggetti inutili dei quali
sbarazzarsi e così via.
I primi a dover prevenire lo
schifo siamo noi.
Sarebbe più opportuno che al
nostro fianco avessimo persone preposte all’ordine pubblico che vigilassero su
tutto ciò che non è lecito, ma poiché ho verificato in prima persona che il più
delle volte siamo soli a combattere contro questi piccoli problemi quotidiani,
allora cerco, per quanto mi è possibile di arginare alcuni comportamenti non
consoni al bene civile. Il problema che si presenta oggi, non sarà più
arginabile (e forse già non lo è più) tra dieci o venti anni. Se oggi non si
risponde concretamente alle domande che seguono, il baratro sociale sarà
inevitabile.
Perché lasciamo che bande di
criminali portino sui marciapiedi persone mutilate o con malformazioni fisiche
solo per impietosirci ed indurci così a donare qualche euro che nelle tasche
degli sfruttatori diventano un ammontare enorme di denaro destinato alla
criminalità? Perché nessuno si prende la briga di fermare gli sfruttatori ed
evitarci queste scene pietose? Perché non vietiamo il rovistaggio nei
cassonetti (forse a qualcuno fa comodo non dover portare in discarica rifiuti
ingombranti…)? Perché non riflettiamo dieci secondi prima di lasciare
l’automobile parcheggiata sulle strisce pedonali? Perché continuiamo a dare
soldi ai bambini che nei vagoni della metropolitana fanno finta di suonare una
pianola invece di stare a scuola? Perché se vige l’educazione obbligatoria dai
6 ai 16 anni, orde di bambini nomadi o comunque di provenienza Est Europea
vagabondano per le stazioni o peggio ancora sono mandati a rubare nella
metropolitana o sugli autobus più affollati nelle ore di punta? Perché nessuno
agisce sebbene tutti sanno? Perché devo assistere al pietoso fenomeno di
ragazzine con neonati in braccio che in ginocchio con voce stridula ed
implorante ripetono un messaggio che recita più o meno così: “Sono ragazza di
Bosnia con tre figli piccoli, vivo sotto i ponti e non ho da mangiare”. Perché
non intervengono i servizi sociali? Perché ci ostiniamo a tollerare bancarelle
di venditori abusivi di merce contraffatta? Perché c’è gente che acquista
braccialetti tossici, occhiali con lenti in plastica che danneggiano la rètina,
imitazioni di borse o portafogli che danneggiano l’economia italiana? Se ne
parla al telegiornale ma non si interviene. E’ come se un poliziotto vedesse un
ladro arrampicarsi su un balcone e dicesse: “Questo dei ladri è un bel
problema, bisognerebbe risolverlo perché così non va bene” invece di fare tutto
il possibile per arrestarlo. Troppi perché e nessuna risposta concreta. Me ne
viene in mente un altro: perché si lascia ancora che tutto questo accada?
lunedì 29 settembre 2014
Roma: noi vittime dello schifo quotidiano
L’unico modo per non vedere lo
schifo che si sta impossessando di Roma, è rimanere chiusi in casa. A dire la
verità un’altra soluzione ci sarebbe. Cambiare città. Se non addirittura Paese!
La prima ipotesi non è molto
praticabile in quanto da un punto di vista fisico, restare chiusi in casa
significherebbe un lento deperimento fisico e da un punto di vista psicologico
porterebbe inevitabilmente alla depressione!
La seconda soluzione è
decisamente la più romantica. Chi di noi non ha mai sognato di vivere in
un’altra città o in un altro Paese, magari del Nord Europa dove, almeno per la
maggioranza dei casi, tutto sembra funzionare alla perfezione? Di difficile realizzazione
anche questa però, specialmente se si ha famiglia o un lavoro che non prevede
trasferimenti.
Suggerimenti per altre vie di
fuga?
In realtà io vorrei non fuggire.
Vorrei che con il buon senso dei
cittadini e delle Forze dell’Ordine si ristabilisse quel piacere di vivere la
città che oramai da troppo tempo è scomparso.
La stessa parola, Forze
dell’Ordine, fa sorridere visto che di ordine ce n’è rimasto davvero poco e di
forze non ne abbiamo più!
Dobbiamo però recuperarle queste
forze, dobbiamo cercare di non farci sopraffare da tutto ciò che quotidianamente
vediamo, lo schifo appunto!
Perché di questo si tratta.
Nel mio tragitto giornaliero da
casa in ufficio devo percorrere circa cinquecento metri a piedi, prendere un
autobus per una decina di fermate e scendere alla Stazione Termini per poi
infilarmi nel tunnel che porta alla metropolitana, entrare nel vagone della
linea A fino alla fermata Lepanto e una volta in superficie passeggiare per
altri duecento metri fino a destinazione. In totale dieci chilometri con una
durata media del viaggio di cinquanta minuti. A fine giornata stesso percorso a
ritroso.
Nei primi cinquecento metri che
separano la mia abitazione dalla fermata dell’autobus riesco a volte a contare
almeno tre motivi di schifo: primo fra tutti è la presenza costante di motorini
e scooter parcheggiati sul marciapiede nonostante a quell'ora della mattina, di
posto per parcheggiarli come si dovrebbe ce ne sia in abbondanza. Proseguendo
poi con lo schifo automobilistico, c’è sempre qualche incivile che lascia la
propria automobile in sosta occupando lo scivolo per le carrozzine o per i
disabili che, in attesa di trovare un punto dove il marciapiede si abbassa per
potervi salire e proseguire senza rischi, si trovano costretti a transitare
lungo la strada. La
soluzione sarebbe semplice, esattamente come le due soluzioni proposte
all'inizio di questo sfogo (si potrebbe chiamare “articolo” ma “sfogo” rende
meglio). Nel tratto in cui iniziano ad esserci i negozi incontro puntualmente
un signore seduto sul marciapiede con un bicchierino per racimolare qualche
Euro che non finirà comunque nelle sue mani e un ragazzo di colore, sempre lo
stesso, con un cappello in mano rovesciato come fosse un cestino, anche lui a
cercare di “guadagnare” qualche Euro. Esiste una parola sola per questo tipo di
attività: racket. Scommetto questo mio articolo, che potesse cancellarsi
all'istante se non è così, che quei soldi, o almeno una gran parte di essi, non
finiscono nelle mani di chi li chiede ma nelle tasche di chi li gestisce, di
chi la mattina li accompagna lì e il pomeriggio torna a riprenderli, di chi
accumula soldi in nero che noi elargiamo pensando che in fondo cinquanta
centesimi per noi non sono nulla, di chi usa quei soldi per gestire loschi
affari o peggio per finanziare un qualcosa di estremamente grande che sfugge
alle ingenue menti di chi si fa muovere a compassione, ma che senza rendersene
conto si rende involontario complice di una avanzata sempre più rapida di un
mondo estraneo che si sta impossessando della nostra cultura e della nostra
civiltà e che molto più rapidamente di quello che sembra, arriverà a
colonizzare le nostro atrofizzato mondo.
Una prova di quanto detto? Una
mattina mettetevi sul marciapiede o davanti ad un negozio a chiedere
l’elemosina, sono sicuro (e se l’articolo non si è ancora autodistrutto vuol
dire che avevo ragione e che potrei averla anche adesso) che improvvisamente
arriverà un losco figuro e vi intimerà di andar via, perché quel posto è
occupato! Stai a vedere che anche per elemosinare qualche soldo bisogna pagare
il biglietto!
Mancano duecento metri alla
fermata dell’autobus, proseguo e già mi sono passati davanti tre zingari con i
loro passeggini modificati (al posto del seggiolino mettono uno scatolone di
cartone) che rovistano nei cassonetti della spazzatura. Altro schifo! Di chi è
la colpa se non nostra? Se noi continuiamo a lasciare per strada oggetti che
fanno gola è logico che saranno oggetto di attenzione. Un ferro da stiro usato
si deve portare nei punti di raccolta AMA così pure i vestiti usati devono
essere messi negli appositi contenitori e così via. Mi è capitato di vedere
qualche giorno fa due ragazzi di poco più di dodici anni che si introducevano
dentro ad un cassonetto contenente spazzatura non riciclabile tirando fuori
ogni cosa che trovavano, facendo sul marciapiede un’accurata selezione e
lasciando lì per terra tutto ciò che avevano scartato. Risultato: puzza sul
marciapiede, sporcizia e cassonetto rotto. Chi paga? Domanda retorica…
Finalmente arrivo alla fermata, solita
decina di persone, l’attesa media è di circa dieci minuti, salgo, se riesco a
sedermi apro un libro e per circa una trentina di minuti non penso allo schifo,
anche se a volte anche sull'autobus la situazione non è proprio paradisiaca!
E’ arrivato il momento di
scendere dall'autobus, non devo fare a spintoni perché siamo al capolinea ed
attendo comodamente seduto che le persone più frettolose abbiano finito di
spingersi.
Accelero il passo, sono in
ritardo, arrivo sulla banchina della metropolitana, ultimo trasbordo prima di
giungere alla meta. Tanti i cartelli “Vietato Fumare” eppure almeno due o tre
persone con la sigaretta accesa ci sono sempre. A volte ponendomi in modo cordiale
sono riuscito a fargliela spegnere, altre volte l’ho segnalato agli addetti di
stazione che mi hanno risposto “Lo sappiamo ma non possiamo lasciare la
guardiola” oppure “Provi a dirgli di spegnerla”. In questi casi capisci come
sia impossibile sconfiggere lo schifo! Se le persone che hanno in mano, o
potrebbero avere, gli strumenti per combatterlo non fanno nulla per migliorare
la situazione, allora ecco crescere quel senso di impotenza e di rabbia che ci
porta a volte ad odiare questa città, mentre sarebbe molto più semplice viverla
serenamente, amarla ed essere contenti di essere nati o cresciuti a Roma.
Io come arma ho le parole. Da
sole non bastano però a cambiare le cose!
Ma se qualcuno avrà avuto la
pazienza di arrivare a leggere quanto fino ad ora ho scritto (e se questo
articolo non si è autodistrutto), allora vi invito a riflettere, a far caso a
tutto ciò che non vi va bene, a tutte le situazioni che vi fanno storcere il
naso e ad usare tutte le vostre potenzialità per contribuire quanto meno a
diminuire lo schifo che ci circonda, perché se questo è il prezzo che devo
pagare per vivere in quella che è riconosciuta come la più bella città del
mondo, preferisco allora non pagare il biglietto e trovarmi un piccolo spazio
di aria pulita in un altro sistema solare.
Ubicazione:
Roma, Italia
giovedì 28 agosto 2014
Roma: l'insostenibile leggerezza dei controlli nella metropolitana di Roma
Roma, 28 agosto 2014.
Ieri mattina intorno alle 11, alla stazione della
metropolitana Piramide si sono verificati diversi furti di portafogli,
telefonini ed altri oggetti di valore ai danni di malcapitati viaggiatori che,
accortisi di avere i propri zaini o le proprie borse aperte, hanno dapprima
imprecato verso gli autori del borseggio ormai dileguatisi, poi con fare
rassegnato e tanta rabbia, sono andati a denunciare il fatto al più vicino
posto di polizia. Questa scena si ripete ormai da troppo tempo. Accade infatti sempre
più spesso di osservare sulle banchine delle più affollate stazioni delle linee
A e B della metropolitana romana, bande di zingarelli e zingarelle, soprattutto
ragazze minorenni, nell’intento di sfilare portafogli agli ignari e distratti
passeggeri. Riconoscerle è semplice. Anche per occhi allenati. Portano in
braccio dei fagotti che sembrano neonati, nascosti da coperte sotto le quali
agiscono leste mani che si intrufolano nelle borse e negli zaini delle
malcapitate vittime, per lo più persone anziane e turisti.
All’arrivo del treno puntano con lo sguardo coloro che ritengono più
vulnerabili e, nel momento di maggior confusione, quando si aprono le porte dei
vagoni per la salita e la discesa dei passeggeri, gli si buttano addosso e come
in un gioco di prestigio, ecco il portafogli sparire.
Le cause di questo fenomeno sono da riscontrarsi nell’incapacità di
chi gestisce il trasporto pubblico locale di fornire una risposta adeguata al crescente
numero di viaggiatori che, specialmente in determinate fasce orarie, sono
costretti a fare a spintoni pur di riuscire ad entrare nei vagoni;
nell’utilizzo di treni obsoleti non più adatti a contenere un tale numero di
utenti; nella mancanza di sorveglianza da parte di polizia, carabinieri o
vigilanza privata e nella assenza di norme volte a prevenire e fermare questa
situazione di vergogna per la nostra città.
Il personale di stazione, consapevole del problema, si giustifica
così: “Lo sappiamo. E’ un fenomeno che si verifica da anni ma siamo impotenti”
E ancora: “Sono tutti minorenni e privi di documenti. Li possiamo allontanare
ma subito dopo li ritroviamo ancora qui”.
Un consiglio mi sento di darlo. Quando vedete queste bande di
zingarelle, fate notare loro che le tenete d’occhio, coinvolgete i vostri
vicini di viaggio avvertendoli del pericolo e così, sentendosi osservate non
entreranno e almeno in quel vagone non vi saranno borseggi. Tutto ciò non porrà
fine al triste fenomeno ma, in attesa che si faccia veramente qualcosa per
restituire a Roma la sua bellezza ed il decoro che si conviene ad una grande
città, il vostro portafogli per questa volta sarà salvo.
Le stazioni della metropolitana nelle quali è maggiormente attiva
questa attività di borseggio, oltre a Termini sono: Repubblica, Barberini e
Spagna per quanto riguarda la linea A e Piramide e Colosseo per la linea B.
mercoledì 6 agosto 2014
A Roma è di scena la Bellezza
In una delle sale del Chiostro del Bramante, dove è stata allestita la mostra dal titolo “Alma-Tadema e i pittori dell’800 Inglese. Collezione Pérez-Simòn”, vi è una scritta che recita: “E’ difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo”.
Il mondo che ci aspetta dopo aver varcato i tornelli è in tutti i sensi impregnato di Bellezza. Ti circonda, ti inebria, ti stordisce a tal punto da farti dimenticare che fuori di lì esiste il mondo vero, la frenesia, il caldo, il tempo che scorre. Ci troviamo immersi nella spasmodica ricerca del Bello, nell’Arte allo stato puro. L’Arte per l’Arte che non si consegna al trascorrere della vita e non invecchia.
Vi troviamo capolavori di F. Leighton e J.W. Waterhouse, di D.G. Rossetti e J.E. Millais, rispettivamente fondatore e cofondatore della Confraternita dei Preraffaelliti, movimento artistico-letterario che affiancava alla devozione e all’attrazione verso i maestri del Rinascimento prima di Raffaello, i temi della letteratura inglese, nonché di Sir Lawrence Alma-Tadema i cui capolavori fanno da sfondo all’intera esposizione e che furono dipinti con l’intento di ricercare la bellezza ideale, pura e l’armonia visiva dell’opera.
Passeggiando tra le varie tele ci immergiamo nell’Inghilterra Vittoriana e in uno dei suoi aspetti più contraddittori: la donna. La donna come essere puro e come fonte centrale di ispirazione, sempre circondata dai fiori, altro punto centrale della mostra e tema ricorrente nella letteratura inglese di fine ottocento strettamente legata al culto della Bellezza, come ci dimostrano le prime righe del romanzo di Oscar Wilde “Il Ritratto di Dorian Gray”: Lo studio era pervaso dall'odore intenso delle rose e, quando tra gli alberi del giardino spirava la leggera brezza estiva, dalla porta spalancata entrava l'intenso odore dei lillà, o il più delicato profumo della rosa canina.
Ad aprire la mostra è un dipinto del 1890 di Alma-Tadema dal titolo “A Love Missile” dove la classicità di una villa romana con tutto il suo sfarzo, è lo scenario per esaltare la bellezza femminile, dai tipici tratti inglesi, rappresentata da una fanciulla sedotta dall’intenso profumo del mazzo di fiori che tiene in mano.
I fiori sono la quintessenza della bellezza, rappresentano il messaggio d’amore, lo specchio dei sentimenti, degli stati d’animo e passo dopo passo il loro profumo si percepisce a livello visivo ed olfattivo.
Proseguendo tra i vari quadri troviamo un capolavoro del 1895 di Arthur Hughes dal titolo “A Passing Cloud”, che raffigura una ragazza dall’aria triste con la testa appoggiata sulla sommità del caminetto, la mano destra sulla fronte mentre la sinistra stringe una lettera che evidentemente non le ha portato buone notizie. Il suo setter irlandese, simbolo di fedeltà, la guarda come a volerla rassicurare e sulla destra si notano un quadretto con una casa eseguita in punto croce, tipica occupazione delle fanciulle dell’Età Vittoriana ed una finestra dalla quale si intravede un giardino pieno piante e fiori i cui colori contrastano con lo stato d’animo desolato della ragazza.
Il titolo di questa opera è tratto da un episodio della commedia shakespeariana “I Due Gentiluomini di Verona”, quando Proteo paragona la sua tristezza per non poter sposare l’amata Giulia per volontà del padre, alle nuvole che in primavera offuscano improvvisamente il sole.
Una tela di grande forza espressiva è anche quella dipinta nel 1902 da John William Waterhouse, “The Crystal Ball” nella quale troviamo Agrippina che contempla con tristezza e rancore l’urna con le ceneri del marito Germanico avvelenato durante una campagna militare.
L’intreccio tra letteratura, storia e mito è molto frequente tra i Preraffaelliti e spesso si trovano quadri che hanno per titolo versi di poesie, come per esempio “Oh, For The Touch of a Vanished Hand” dipinto nel 1900 da Charles Edward Perugini che riprende i versi della poesia “Break, break, break” di Lord Alfred Tennyson, nel quale la mano sinistra della ragazza raffigurata è come se cercasse una mano di chi non c’è.
Anche il poeta inglese Algernon Charles Swinburne è presente nelle opere di questi pittori vittoriani, ed una sua frase: “Tutto il Paradiso dei Paradisi in un piccolo bambino” è fonte d’ispirazione per un quadro del 1891 di Alma-Tadema dal titolo “An Earthly Paradise” nel quale possiamo osservare una madre inginocchiata e protesa verso il proprio figlio, sdraiato in posizione supina su di un elegante divano di legno con cuscini beige e fiori profumati accanto. Ritorna il tema della donna vittoriana che ha tra i suoi compiti quello di dedicare tempo ai suoi bambini.
La visita di questo mondo nel quale siamo entrati sta quasi per terminare. Ci si può soffermare ad osservare su comode poltroncine un ultimo capolavoro di Alma-Tadema, un dipinto del 1888 dal titolo “The Roses of Heliogabalus” nel quale è rappresentata, a completamento della tematica portante della mostra, la scena in cui l’imperatore romano Eliogabalo, regnante col nome di Marco Aurelio Antonino, inonda i suoi ospiti con una cascata di petali di rosa talmente copiosa da farli rimanere soffocati. Questa cascata di fiori saluta i visitatori ma non li soffoca. Ci prepariamo a raggiungere l’uscita, non prima di aver letto nella sala adiacente un verso di una poesia di Walt Whitman: “Bouquet di rose da per tutto, oh morte, e io di rose ti copro”.
Le donne vittoriane, i fiori simbolo di amore e sofferenza, ville romane, ambientazioni orientali, ricerca della Bellezza, atmosfere gotiche. E’ stato bello perdersi in questo scenario per abbondanti due ore, lontano secoli dalla confusione e dai ritmi ossessivi della metropoli.
Il mondo che ci aspetta dopo aver varcato i tornelli è in tutti i sensi impregnato di Bellezza. Ti circonda, ti inebria, ti stordisce a tal punto da farti dimenticare che fuori di lì esiste il mondo vero, la frenesia, il caldo, il tempo che scorre. Ci troviamo immersi nella spasmodica ricerca del Bello, nell’Arte allo stato puro. L’Arte per l’Arte che non si consegna al trascorrere della vita e non invecchia.
Vi troviamo capolavori di F. Leighton e J.W. Waterhouse, di D.G. Rossetti e J.E. Millais, rispettivamente fondatore e cofondatore della Confraternita dei Preraffaelliti, movimento artistico-letterario che affiancava alla devozione e all’attrazione verso i maestri del Rinascimento prima di Raffaello, i temi della letteratura inglese, nonché di Sir Lawrence Alma-Tadema i cui capolavori fanno da sfondo all’intera esposizione e che furono dipinti con l’intento di ricercare la bellezza ideale, pura e l’armonia visiva dell’opera.
Passeggiando tra le varie tele ci immergiamo nell’Inghilterra Vittoriana e in uno dei suoi aspetti più contraddittori: la donna. La donna come essere puro e come fonte centrale di ispirazione, sempre circondata dai fiori, altro punto centrale della mostra e tema ricorrente nella letteratura inglese di fine ottocento strettamente legata al culto della Bellezza, come ci dimostrano le prime righe del romanzo di Oscar Wilde “Il Ritratto di Dorian Gray”: Lo studio era pervaso dall'odore intenso delle rose e, quando tra gli alberi del giardino spirava la leggera brezza estiva, dalla porta spalancata entrava l'intenso odore dei lillà, o il più delicato profumo della rosa canina.
Ad aprire la mostra è un dipinto del 1890 di Alma-Tadema dal titolo “A Love Missile” dove la classicità di una villa romana con tutto il suo sfarzo, è lo scenario per esaltare la bellezza femminile, dai tipici tratti inglesi, rappresentata da una fanciulla sedotta dall’intenso profumo del mazzo di fiori che tiene in mano.
I fiori sono la quintessenza della bellezza, rappresentano il messaggio d’amore, lo specchio dei sentimenti, degli stati d’animo e passo dopo passo il loro profumo si percepisce a livello visivo ed olfattivo.
Proseguendo tra i vari quadri troviamo un capolavoro del 1895 di Arthur Hughes dal titolo “A Passing Cloud”, che raffigura una ragazza dall’aria triste con la testa appoggiata sulla sommità del caminetto, la mano destra sulla fronte mentre la sinistra stringe una lettera che evidentemente non le ha portato buone notizie. Il suo setter irlandese, simbolo di fedeltà, la guarda come a volerla rassicurare e sulla destra si notano un quadretto con una casa eseguita in punto croce, tipica occupazione delle fanciulle dell’Età Vittoriana ed una finestra dalla quale si intravede un giardino pieno piante e fiori i cui colori contrastano con lo stato d’animo desolato della ragazza.
Il titolo di questa opera è tratto da un episodio della commedia shakespeariana “I Due Gentiluomini di Verona”, quando Proteo paragona la sua tristezza per non poter sposare l’amata Giulia per volontà del padre, alle nuvole che in primavera offuscano improvvisamente il sole.
Una tela di grande forza espressiva è anche quella dipinta nel 1902 da John William Waterhouse, “The Crystal Ball” nella quale troviamo Agrippina che contempla con tristezza e rancore l’urna con le ceneri del marito Germanico avvelenato durante una campagna militare.
L’intreccio tra letteratura, storia e mito è molto frequente tra i Preraffaelliti e spesso si trovano quadri che hanno per titolo versi di poesie, come per esempio “Oh, For The Touch of a Vanished Hand” dipinto nel 1900 da Charles Edward Perugini che riprende i versi della poesia “Break, break, break” di Lord Alfred Tennyson, nel quale la mano sinistra della ragazza raffigurata è come se cercasse una mano di chi non c’è.
Anche il poeta inglese Algernon Charles Swinburne è presente nelle opere di questi pittori vittoriani, ed una sua frase: “Tutto il Paradiso dei Paradisi in un piccolo bambino” è fonte d’ispirazione per un quadro del 1891 di Alma-Tadema dal titolo “An Earthly Paradise” nel quale possiamo osservare una madre inginocchiata e protesa verso il proprio figlio, sdraiato in posizione supina su di un elegante divano di legno con cuscini beige e fiori profumati accanto. Ritorna il tema della donna vittoriana che ha tra i suoi compiti quello di dedicare tempo ai suoi bambini.
La visita di questo mondo nel quale siamo entrati sta quasi per terminare. Ci si può soffermare ad osservare su comode poltroncine un ultimo capolavoro di Alma-Tadema, un dipinto del 1888 dal titolo “The Roses of Heliogabalus” nel quale è rappresentata, a completamento della tematica portante della mostra, la scena in cui l’imperatore romano Eliogabalo, regnante col nome di Marco Aurelio Antonino, inonda i suoi ospiti con una cascata di petali di rosa talmente copiosa da farli rimanere soffocati. Questa cascata di fiori saluta i visitatori ma non li soffoca. Ci prepariamo a raggiungere l’uscita, non prima di aver letto nella sala adiacente un verso di una poesia di Walt Whitman: “Bouquet di rose da per tutto, oh morte, e io di rose ti copro”.
Le donne vittoriane, i fiori simbolo di amore e sofferenza, ville romane, ambientazioni orientali, ricerca della Bellezza, atmosfere gotiche. E’ stato bello perdersi in questo scenario per abbondanti due ore, lontano secoli dalla confusione e dai ritmi ossessivi della metropoli.
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Chiostro del Bramante,
Eliogabalo,
Inghilterra Vittoriana
Ubicazione:
Roma, Italia
In cammino verso la modernità
Nulla accade per caso.
Il caldo di fine giugno o le
piogge di luglio. La città che non si svuota più e la città che accoglie
turisti. Le fontane romane che dispensano acqua a non finire e negozi che
tentano di attrarre quanti più clienti invogliandoli ad acquistare a prezzi
scontati ma non stracciati.
In questo scenario estivo, a due
passi dalla Galleria Sciarra in Via Minghetti, all’interno del Museo Fondazione
Roma, si è svolta la mostra dal titolo: HOGARTH REYNOLDS TURNER. PITTURA
INGLESE VERSO LA MODERNITÀ.
La modernità è vista attraverso
gli occhi di artisti che, fin dalla prima metà del 1700, iniziavano a
comprendere cosa volesse dire entrare in una nuova era, fatta di imponenti
costruzioni, di nuove scoperte scientifiche, di importanti invenzioni che
porteranno la Gran
Bretagna ad essere un punto di riferimento in tutta Europa
per oltre un secolo.
Ad introdurci in questo scenario
è un’opera del pittore italiano Marco
Ricci , dal titolo “View of the Mall in Saint James's Park”.
Questo olio su tela, dipinto probabilmente tra il 1709 e il 1710 ci catapulta
in una passeggiata alberata e ci fa percorrere il lungo viale che porta alla
metropoli londinese, della quale svettano a sinistra la Elizabeth Tower e
a destra la St
Paul's Cathedral che proprio in quegli anni veniva terminata.
Il viale è molto affollato, perché il parco era il luogo preferito dalla
borghesia per incontrarsi, passeggiare, parlare e decidere a volte importanti
questioni.
Il così detto “Vedutismo” si
arricchisce di un’altra opera importante, quella di Samuel Scott che come in
una fotografia ante operam fissa
sulla tela lo stato dei lavori della costruzione del ponte di Westminster alla
data del 1742. Inconcepibile oggi l’idea di dipingere un cantiere, ma all’epoca
in cui il dipinto fu terminato, la costruzione del ponte era percepita come un
prodigio dell’ingegno umano e considerata l’opera più ardita d’Europa.
Degno di menzione è senza dubbio
il dipinto che segue, quello di un altro pittore italiano, Giovanni Antonio
Canal, veneziano, conosciuto con il nome di Canaletto. Dopo averci consegnato
vedute di Padova e Venezia, si trasferisce a Londra firmando altri capolavori.
Nel caso specifico ci chiede di soffermarci sotto un’arcata del ponte di
Westminster ormai quasi terminato. Non possiamo fare a meno di alzare lo
sguardo verso un luminoso cielo italiano che ha poco di anglosassone, ma che è
simbolo di perfezione con la sua luce e il suo azzurro penetrante. La città di
Londra divisa in due dal Tamigi ed un secchio che pende sulla destra del quadro, arricchiscono ancor di più questa tela di particolari e ci fanno capire che la
città non dorme mai, il lavoro non si ferma. E’ la modernità a chiedere ritmi
sempre più intensi.
Londra è una città moderna, i
suoi artisti ne percepiscono la grandezza e ne sono orgogliosi. Questo orgoglio
traspare dalle parole di Daniel Defoe nel suo racconto in tre volumi “A Tour
Trough The Whole Island of Great Britain”, parole che non lasciano dubbi circa
il punto di vista sulla modernità: “(…)
nuove imprese commerciali, invenzioni, macchine, manufatti, in una Nazione che
va avanti e progredisce sotto i nostri occhi. Tutto ciò apre nuovi scenari ogni giorno e fa si che l’Inghilterra mostri
una faccia nuova e diversa”. La faccia nuova dell’Inghilterra della quale
scrive ancora: “Dovunque andiamo e da
qualsiasi parte guardiamo, osserviamo qualcosa di nuovo di significativo,
qualcosa che val bene il soggiorno di un viaggiatore e l’interesse di uno
scrittore”. Non poteva quindi che essere Londra lo specchio di tale
orgoglio “(…) considero questa città, uno
dei posti più gradevoli d’Inghilterra”.
Lasciamo per un momento la
Letteratura per riprendere il cammino attraverso i corridoi della mostra alle
cui pareti troviamo, per dare un senso di continuità alle parole di Defoe,
ritratti di illustri uomini rappresentativi della modernità inglese come Richard Arckwright, paffuto e brillante
ingegnere e uomo d’affari che grazie alle sue invenzioni in campo
manifatturiero contribuì non poco allo sviluppo dell’industria tessile durante
i primi anni della Rivoluzione Industriale. Altro ritratto è quello di Letizia
Ann Saga, prima donna a sorvolare i cieli di Londra e la passione per il volo,
altra conquista della modernità, è impressa sulla tela di Julius Cesar Ibbetson
dal titolo “The Ascent of Lunardi’s Balloon from St. Geoge’s Field, London” che
celebra l’impresa dell’Italiano Vincenzo Lunardi che nel 1784 volò per più di
due ore a bordo di una mongolfiera.
Tutta l’Inghilterra del tempo è
catturata da uno spirito nazionalistico che rispecchia la fierezza di un Popolo
nel pieno del proprio sviluppo economico, culturale ed artistico che non può
non essere esaltato. Ecco dunque nella sala successiva la raffigurazione di due
scene teatrali, una tratta dalla rappresentazione del Macbeth l’altra dell’Amleto,
dipinte rispettivamente da Johan Joseph Zoffany e da Francis Hayman.
La mostra volge alla conclusione,
resta da visitare l’ultima sala, quella che ci fa venire voglia di non andare
via. A sinistra alcuni dipinti di Joseph Mallord William Turner tra i quali
spicca “Paesaggio a Nepi, Lazio, con acquedotto e cascata” risalente al suo
viaggio in Italia nel 1828, nel quale, quasi come un precursore del Simbolismo,
cerca di raffigurare la luce del cielo italiano, una luce che lo colpisce a tal
punto da essere motivo, qualche anno più tardi, di un suo nuovo viaggio in
Italia. Non è certo la luce il tema principale delle opere di John Constable,
sulla destra, ma se osservando la grande tela di circa due metri di lunghezza
dal titolo “Salisbury Cathedral from the Meadows” dipinta nel 1831, vi
troverete immersi in quel paesaggio che state osservando, allora il pittore,
l’artista più in generale avrà fatto il suo dovere, avrà smosso l’animo
dell’osservatore spingendolo oltre, facendo diventare quella raffigurazione
motivo di un viaggio.
Tutta la mostra in realtà è un viaggio. Questo peregrinare tra campagna
inglese, cieli italiani, invenzioni, ritratti e parole celebrative di un’epoca
fondamentale per il futuro sviluppo della Gran Bretagna, si conclude con una
poesia di William Wordsworth dal titolo “Lines Written in Early Spring”: “Se questa fede ci giunge dal cielo, se
questo è il progetto sacro della Natura, non ho allora ragione di lamentarmi di
ciò che l’uomo ha fatto dell’uomo?” Ecco l’Artista che fa riflettere
l’uomo. La gioia semplice ed incontrastata della Natura e la malinconia per
qualcosa che sta cambiando. E’ il prezzo che si deve pagare. Noi leggiamo,
osserviamo, ci emozioniamo e rattristiamo, percorriamo con la mente ancora una
volta i corridoi della mostra prima di riconsegnarci al caos della grande
metropoli, contraddittorio risultato della modernità.
Ubicazione:
Roma, Italia
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